Quando sale alla ribalta per smentire la maglietta (e per dichiararsene nello stesso tempo inventore), CC  acquisisce un’enorme popolarità.

In questi primi anni, tra l’89 e il 91-92, viene invitato a parlare del   suo esperimento praticamente dappertutto: essendo la maglietta diventata un fenomeno internazionale, tutte le televisioni del mondo lo intervistano, con la certezza di realizzare grandi ascolti.

Ma l’appetito (degli intervistatori) vien mangiando. Prendendo  spunto dalla creazione della  maglietta, il discorso si sposta sulla creatività in senso lato, e in senso stretto: di quella che occorre cioè per risolvere non solo i grandi problemi della vita, ma anche quelli piccoli, che fanno parte del quotidiano.

Un tema sul quale CC è molto esperto: e nel quale coniuga da sempre con naturalezza teoria e pratica.

Da psichiatra,  CC sa che l’arte del problem-solving è la stessa in qualunque settore risiedano i problemi: con se stessi o con gli altri, a casa o scuola, con il partner o in azienda.  

CC è uno dei maggiori esperti di quella che lui chiama “creattività”:  la capacità di avere delle buone idee, e di  saperle metterle in pratica nella vita di tutti i giorni. Non a caso, il suo motto è “Es/cogito, ergo sum”. 

Accade così che la “geniale” maglietta di sicurezza, e il suo ideatore, CC, diventino per il grande pubblico sinonimo, e simbolo, di creatività a tutto  campo.

In questi primi anni novanta  altrettanto cospicua è la presenza di CC negli ambienti scientifici: con l’invenzione ex-nihilo, dal niente, di una leggenda che si è diffusa in maniera capillare, C ha svelato al mondo la persistenza e l’attualità di una comunicazione considerata arcaica, e perciò superata, e invece ancora molto potente, perché è grazie a lei che le leggende metropolitane arrivano dappertutto: la comunicazione orale. Definita da CC “comunicazione orizzontale”, perché viaggia di bocca in bocca, parallela al suolo.

Svelando, con i suoi esperimenti, le dinamiche attraverso le quali si attiva il tamtam interpersonale, CC ha dimostrato la praticabilità di un marketing strisciante, che viaggia da una persona all’altra attraverso la comunicazione orizzontale.

Questo tipo di marketing affidato al passaparola viene da lui definito “marketing virale” per la sua possibile diffusione tsunamica: velocissima, e devastante, come quella delle grandi pandemie del passato.

Per (gl)i (inquie)tanti risvolti del marketing virale sul piano dell’economia, della finanza, e della politica stessa, oltre che del mercato,  CC viene conteso dai più importanti convegni di comunicazione ai quattro angoli del  mondo. Le università più prestigiose lo invitano a tenere corsi e  seminari  sui meccanismi che sottendono a questo tipo di marketing occulto.

La presenza costante sui media come psichiatra esperto in creatività,  abbinata alla sua reputazione di scienziato, fanno sì che C diventi in questi anni il numero uno, se non il numero unico, nell’ambito delle consulenze aziendali che riguardano la comunicazione orizzontale…..

L’essere stato capace di creare da zero una leggenda  stimola gli appetiti di molte aziende, che  gli chiedono di fare il “legendmaker” per loro: di mettere a punto (e in pista)  una leggenda che le  avvantaggi sul mercato. Diffondendo “notizie” a favore dei loro prodotti, oppure contro quelli dei concorrenti.

C  rifiuta però questo tipo di committenza: il ruolo di   “legendmaker” è stato per lui un punto di passaggio obbligato per poter poi diventare “legendbuster”: vale a dire, demolitore di leggende metropolitane.

Proprio come fa un virologo, che per capire come debellare un virus deve prima “coltivarlo” in vitro, per capire come si moltiplica, così C (che, lo si ribadisce, è un medico prima ancora di essere specialista in psichiatria e psicanalista ericksoniano) per comprendere  come nasce e si  diffonde una leggenda, ha avuto bisogno di crearne una (per la verità, di crearne molte: se si pensa alle tante micro-leggende disseminate negli anni).

Ma il suo obbiettivo  è sempre stato quello di imparare a “smentire” le leggende: di rendere innocue quelle storie a volte nate spontaneamente, a volte  no, che tanti danni hanno fatto, e fanno, a persone, aziende, e popolazioni intere.

Quando C ha cominciato ad occuparsi di leggende, avendone intuito la natura di “condizionatrici sotterranee” di comportamenti,  il suo intento era dimostrare l’azione fraudolenta di “colleghi” comunicatori, e neutralizzarla, rendendola manifesta; figurarsi se aveva intenzione di mettersi a fare il LM pure lui!

Fare il LB: il demolitore di leggende, non si presentava comunque impresa facile. Per operare come LB  ci vuole una creatività maggiore di quella che occorre per fare il Legendmaker: cioè per mettere in giro una leggenda.

IL LM può infatti limitarsi a seguire delle “regole di costruzione” già codificate; invece il LB, per smentire – e quindi distruggere – una leggenda già ben strutturata e collaudata, deve riuscire a trovarne il punto debole. Deve individuarne  il “locus minoris resistentiae (o minoris existentiae…)”

Un LB può peraltro puntare a compensi più alti di un LM. Probabilmente di LM dovevano già essercene in giro parecchi, e bravi: ma, a vedere quante aziende, anche di grandi dimensioni, continuavano a essere tenute in ostaggio da leggende: cioè da storie assurde, eppure ritenute vere, di LB all’altezza non doveva essercene nessuno…

Per approfondire la ricerca su questi argomenti CC fonda la ISSHM  (International Society for the Studies of Hidden Marketing),  – e ne diventa presidente.

La ISSHM studia i meccanismi di psicologia sociale e interpersonale che potrebbero consentire di effettuare operazioni di marketing occulto; è una società non-segreta che svela  i segreti di  società (per azioni) senza scrupoli, che potrebbero aver ingaggiato dei Legendmaker (più propriamente, dei Legend-hacker), o altri esperti capaci di (e disponibili a)  impiegare delle

AVREBBERO TROVATO LEGENDMAKER DISPONOBILI (legendmhacker più propriamente)  o altri esperti

tecniche di comunicazione tanto avanzate quanto sconosciute per  spingere il pubblico ad abbandonare la concorrenza,  e/o a scegliere i prodotti dell’azienda committente.

  

potrebbero commissionare ad esperti che lavorano sottotraccia (sotto il pelo dell’acqua) delle leggende che hanno il solo scopo di promuovere operazioni di “marketing virale”.

La ISSHM non va a caccia  soltanto di leggende; le interessano anche le tante  altre possibili operazioni di marketing indiretto, cioè  nascosto, spesso ai limiti della legalità, o addirittura al di fuori di essa.

Alla ISSHM aderiscono i più grossi studiosi di comunicazione, che forniscono preziosi contributi per l’avanzamento degli studi sui messaggi subliminali e  delle tecniche di disseminazione, svelandone la presenza all’interno di messaggi “innocui”.

La società raccoglie inoltre segnalazioni da tutto i mondo, allo scopo di isolare e decodificare tutte le comunicazioni che dicono una cosa, ma ne nascondono un’altra.

la RACCOGLIE SEGNALAZIONI  studiano le tecniche di comunicazione indiretta…disseminazioni....messaggi subliminali…ne valuta la efficacia …e in molti casi può essere in grado di …

  

CC si batte affinchè le leggende, straordinari veicoli di comunicazione subliminale, (oppure: elementi straordinari nella comunicazione subliminale), vengano giuridicamente considerate “notizie false e tendenziose”, e il metterle in giro (laddove  provato) venga previsto come reato. Per fare ciò  è necessario creare un corpus dottrinario che funga da base per il legislatore.

Va ricordato che C ha grande familiarità con le tecniche di comunicazione indiretta: le utilizza da tempo, e ha messo a punto dei protocolli terapeutici così innovativi, da essere considerato l’ideatore di una vera e propria terapia subliminale…(utilizzando) …..

Le sue esperienze di psicoterapeuta “indiretto” gli consentono di comprendere meglio i meccanismi con i quali (gl)i (eventuali) legendmakers al soldo delle aziende potrebbero organizzare le loro strategie, e le svariate e sempre più sofisticate tecniche di hidden marketing: e viceversa, quello che impara sulle nuove frontiere delle tecniche di mercato (gioco a somma zero: a vantaggio di qualcuno, e a scapito di qualcun altro) lo trasferisce nella psicoterapia (che dà vantaggio a tutti, senza danneggiare nessuno). 

Nei primi anni 90 CC lavora su tre fronti: come Legendbuster, per le aziende colpite (e spesso quasi affondate) da storie false, che lo ingaggiano per liberarsene; come teorico, attraverso la ISSHM; e come “consulente” per il grande pubblico, al quale mette a disposizione la sua ricchissima banca-dati sulle leggende metropolitane, raccolta in anni di studio e di ricerca.

Per capire se una determinata storia è una leggenda o no, la banca dati è più che necessaria: è insostituibile.

La scarsa plausibilità della storia non è infatti un elemento dirimente: ci sono tante storie “incredibili, ma vere”.  E nemmeno, nell’altro senso, si può contare sull’attendibilità di chi la racconta: quando una storia si è molto diffusa, conta su ripetitori assolutamente degni di fede, che l’hanno sentita da “testimoni oculari” falsi: però al di sopra di ogni sospetto.

Non se ne esce, dunque: se non consultando una banca dati aggiornata e affidabile. Grazie a lei (la banca) si potrebbe scoprire  che quell’episodio che ci hanno dato per appena successo a pochi chilometri da qui a un amico fraterno di *, è avvenuto quasi uguale dieci anni fa in Messico, tredici anni fa in Oregon, e continua a succedere in molte parti del mondo, un mese sì e un mese no. A fare di un racconto una leggenda è l’eccessivo numero di testimoni oculari, “spalmati” nello spazio e nel tempo: certe storie si raccontano da più di cent’anni (con qualche variante, per adeguarle ai tempi e ai luoghi); e sempre come se fossero appena accadute.

A queste attività CC affianca un serie di interventi sui media, che contribuiscono a far conoscere a sempre più gente che esistono delle storie false che si raccontano come vere. Tutto questo non per fare in modo che la gente non creda più a niente: ma perché possa essere almeno sfiorata dal dubbio che una storia, nonostante abbia dei testimoni oculari affidabilissimi, potrebbe essere falsa.

I libri di leggende  

A dargli una mano in questa direzione sono i tanti libri di leggende che fioriscono in quei primi anni novanta: qualcuno precedente la maglietta, la maggior parte successivi ad essa, grazie allo sdoganamento del concetto di leggenda (e la creazione del termine “leggenda metropolitana”), che si devono rispettivamente alla maglietta, e a C.

Negli anni novanta le leggende metropolitane sono diventate di moda anche da noi.

I libri in circolazione in Italia sono traduzioni di testi americani, pubblicati da Costa & Nolan. Sull’onda generata dalla maglietta ne vengono pubblicati degli altri: contenenti sempre leggende americane (quelle italiane non sono state ancora studiate, né classificate).

Questo piccolo boom editoriale crea un paradosso: chi legge sul libro la smentita indiretta di una leggenda che non conosceva (in quanto diffusa solo in America),” riceve” contemporaneamente anche la leggenda.   

Questi libri sono pieni di smentite di storie che nessuno, in Italia, aveva mai sentito: La cosa non sorprende, perché in Italia non esiste ancora un corpus di leggende  al quale attingere.  Più CHE UN’AZIONE…effetto paradossale …accade così che chi legge la smentitaindiretta le storie raccontate in un libro sulle leggende… riceva contemporaneamente sia la leggenda, che la sua smentita.

E siccome ad attirare l’attenzione è la leggenda, che per definizione è una storia straordinaria, si comincia a raccontare la storia, trascurandone  la  smentita: la leggenda, nonostante sia sta citata per smentirla,  finisce così per diffondersi (come vera!) anche da noi.

 SI HA UNA diffusione  assai …PROFEZIA CHE SI AVVERA….(FENOMENO INDAGATO DA CC  per la nacita della leggenda)

Nel 1990 compare il primo libro italiano di leggende: “99 leggende urbane”,  di Maria Teresa  Carbone, Oscar Mondadori.

Un libro  serio, che cerca di  catalogare le 99 leggende più belle e più note in Italia in quel momento.

La Carbone conosce molto bene i testi più importanti presenti in Italia: per averli tradotti lei stessa (parliamo dei libri di  Brunvald, pubblicati da Costa&Nolan).

Nel suo “99 leggende urbane” l’autrice cita ovviamente le leggende contenute in quei libri, con in più le “varianti” italiane successive al loro ingresso in Italia anche  in virtù delle sue traduzioni.  

A queste aggiunge la maglietta, il ghiagettone, e il discorario (con tanto di certificato di provenienza), di cui l’autrice è a conoscenza.

A pubblicare un libriccino di leggende è anche Franco Serra. Titolare di una rubrica su “Linus”, e direttore del giornale “Tic”, Serra raccoglie molte leggende estere, un po’ “modificate” dagli italiani che avevano cominciato a raccontar(se)le dopo averle trovate (come s’è detto) nei libri.  (In seguito Serra pubblicherà con C degli altri libri, e smentirà in TV insieme a lui le leggende più diffuse).

Il primo vero libro di leggende tutte italiane lo pubblica CC nel 1992.  Leonardo Mondadori lo sollecita a pubblicare con lui, e C scrive “Non stinge, non stringe, non serve, ma finge”.

In questo  libro, ormai introvabile, vengono descritte e documentate  molte delle leggende che C ha inventato (alcune inconsapevolmente) e messo “su strada” tra il 1981 e il 1992: dal referendum abrogativo della Juventus fino alla voglia di Gorbaciov, alle lacrime di Berlusconi chiuse in un flacone e messe in vendita, alle targhe false, passando per la maglietta.  

Negli anni successivi molti  altri autori italiani si cimentano con le leggende, mischiando allegramente storie che si raccontano in Italia con altre scopiazzate da raccolte provenienti da altri paesi, più altre ancora che, introdotte da noi attraverso la smentita: cioè dai libri di leggende, sono “fuggite” da quei libri riconquistando la libertà: recuperando cioè il loro status di leggende (=storie false ritenute vere).  

Questi libri,  assemblati rapidamente, per sfruttare il momento favorevole, non sono altro che raccolte di aneddoti e  fatterelli strani e divertenti spacciati per leggende, con qualche “variante” personale spesso inventata, e non raccolta sul campo. 

Queste storie non hanno  i requisiti minimi per poter essere considerate leggende, ma nessuno s’incarica di andare a verificare…

I libri di questo tipo non sono interessanti ad alcun livello,  se non per il fatto che contribuiscono a tenere alta l’attenzione sulle leggende.

Il boom editoriale di cui stiamo parlando non coinvolge peraltro gli altri media (radio, televisione).

IN TV CC parla delle leggende fin dal 1990, in una trasmissione su Italia 1 che va in onda il lunedì in prima serata: “Roba da matti”, di cui è autore insieme a Jerry Scotti e Lello Arena.

Proprio in una delle puntate di “Roba da matti” (dicembre 90)  CC presenta – come leggenda – il suo “parruccasco”. Ma questa è - appunto…- un’altra storia. 

Nel 93-94 in Italia le leggende sono in piena fioritura: l’argomento, d’altra parte, data la sua natura non si esaurirà mai del tutto.

Le  leggende metropolitane si diffonderanno sempre più,  e subiranno grazie ad internet delle modifiche assai interessanti per chi,  come CC,  le studia, le monitorizza e le cataloga da anni…

Internet e le leggende

Intorno alla metà degli anni novanta internet si va affermando sempre più negli Stati Uniti.  E comincia  a rivoluzionare la comunicazione, e di conseguenza, il mondo.

In internet CC non viene tirato dentro per l’interesse sulle leggende, solo perché già ci sguazza fin dalla prima ora: è uno dei pionieri del Far Web.  

Da esperto in comunicazione, e in linguaggi, CC si rende immediatamente conto che internet, con la sua velocità; con la possibilità di raggiungere migliaia di persone con un solo click, innesca una comunicazione orizzontale di tipo virale, che si interseca con la comunicazione verticale.

Al nuovo modello comunicazionale di internet, un ibrido fra comunicazione orizzontale e comunicazione verticale, CC ha dato il nome di “comunicazione diagonale”. Proprio come la striscia nera che ha trasformato una normalissima  maglietta bianca nella sua maglietta di sicurezza.

La “comunicazione diagonale” è veloce e impersonale come  la comunicazione verticale (e come lei è a volte ingiustificatamente autorevole; vedi certi  siti e blog),  ma è anche personalizzata, in quanto viaggia attraverso le mail.

Il web diventa infatti davvero il luogo privilegiato delle vecchie catene di Sant’Antonio: nient’altro che leggende allarmistiche (CC le chiamerà legend-mail) che nascono e muoiono nello spazio di un click.

I filtri delle e-mail le rubricheranno (una fine ingloriosa!) come spam: quando arriverà  lo “spam professionale specifico”, le  catene via web si saranno già sensibilmente ridotte.

All’inizio il web, per la sua velocità, e per la capacità di connettere istantaneamente un numero enorme di persone, è insomma un acceleratore di leggende.

Ma CC è interessato – come sempre - al suo contrario: alla decelerazione, fino all’arresto (vedi: smentita) delle leggende.  

A questo scopo, avendo ben capito il rapporto che esiste tra il web e la diffusione delle leggende, utilizza proprio il web per promuovere un tipo di smentita che si rivelerà molto efficace: una smentita non più singola, mirata a una singola leggenda, ma di gruppo.

CC crea i primi siti di leggende del mondo, in molte lingue, e in molti paesi; siti che, grazie al contributo dei fruitori, diventano sempre più grandi.  Al loro interno lavorano molti ricercatori, che coordina personalmente.

La parola d’ordine di questi siti è: SMENTIRE.

La smentita si effettua raccogliendo migliaia di leggende, classificate per argomento e per paese di origine, mantenendo sempre aggiornata la banca dati, offrendo ai suoi iscritti un servizio interattivo di risposta personalizzata, e pubblicando una newsletter.

Su questi siti utilizza  la sua leggendaria (è il caso di dirlo) banca-dati: il “suo” Catalogo Generale delle leggende metropolitane.

Questa banca dati, consultabile con un semplice click, diventa rapidamente il punto di riferimento per  chi vuole sapere se un certo racconto è una leggenda o no. CC continua così sul web a fare, sotto smentite spoglie, il suo lavoro di Legendbuster: un servizio dai risvolti sociali assai  significativi, perché  libera il campo  da moltissime  storie false che circolano per il mondo come vere. E soprattutto perché ha creato nella testa della gente la casella: per meglio dire, il file “leggende metropolitane”, in mancanza del quale tante storie fasulle penetravano come il burro nella vita delle persone.

CC continua comunque a lavorare in prima persona sulle leggende anche attraverso i media tradizionali.

In televisione, su RAIUNO, ad UnoMattina, ha una rubrica sulle leggende; alla radio (RADIOUNO) dal 2001 al  2007-2008 tiene invece  in voce, prima del giornale Radio delle 7, la rubrica “Incredibile ma falso”, replicata anche in serata, nella quale passa in rassegna le leggende più in voga (e più insidiose)  del momento. La trasmissione raggiungerà le duemila puntate. L’ascolto quotidiano da parte di  milioni di persone gli permette di ricevere  nella sua mail migliaia e migliaia di segnalazioni e di richieste che, insieme ai siti internet dedicati alle leggende, vanno ad integrare la sua banca-dati.

Come autore vara lo stesso format anche in altri paesi,  nei quali cura rubriche di leggende sui principali network.  

IN BUONA E CATTIVA FEDE di fronte  a storie incredibili  si sentirà sempre più liquidarle come leggende….

La nuova familiarità con il concetto di leggenda  ha due effetti collaterali: il primo, che potremmo definire “in buona fede”, è che tutte le storie incredibili rischiano di essere considerate  “false”. Di venire cioè rubricate come leggende. Come se non potesse più esistere un fatto incredibile, ma vero.

Il secondo effetto collaterale (questo invece in malafede) consiste in un’utilizzazione maliziosa  della neo-categoria “leggende metropolitane”: di fronte a un fatto che si vuole negare, perché scomodo, o contrario alle proprie tesi, ora si può provare a dire: “Non vi rendete conto che è un leggenda metropolitana? Siete proprio degli ingenui…”

Il declino delle leggende metropolitane

L’affermarsi del web determina prima il declino, e poi  il tracollo delle leggende metropolitane.

Prima di internet, le leggende avevano delle curve di diffusione che raggiungevano un punto massimo, per poi diminuire lentamente, per via dell’aumento del numero di persone che già ne avevano sentito parlare.

Internet velocizza enormemente il tamtam interpersonale: le curve di diffusione delle leggende sono sostituite da picchi che impiegano pochi giorni a raggiungere il punto più alto, e ancor meno tempo a precipitare di nuovo a zero.

Il vero “ammazzaleggende” oggi è Google. Lo smentitore per eccellenza. Basta digitare il titolo di una leggenda per trovare tutto quello che c’è sul web sull’argomento. La facilità (e la velocità) di quest’operazione rende inutili i “certificati di garanzia” dei (falsi) testimoni oculari,  che avevano sempre funzionato come lasciapassare per le leggende. Tutto questo, (oltre all’eventuale consultazione  della banca-dati delle leggende di cui s’è detto) rende molto più facile la smentita: la leggenda viene stroncata sul nascere, o comunque quand’è ancora nella culla.

Detto questo, va detto anche il contrario: il web contiene anche tante  storie false travestite da notizie, le attuali eredi delle leggende metropolitane.

Oggi sul web impera la “controinformazione” dei blog: sui quali ciascuno dice quello che gli pare, facendolo a volte passare per quella verità che le fonti ufficiali vogliono tenere nascosta.

La rete permette la circolazione di notizie di ogni genere, provenienti  da fonti non autorevoli, e delle quali non risponde nessuno: il fatto che siano voci “contro” quelle ufficiali non è sufficiente perché le si possa considerare attendibili. 

La maglietta nel duemila

Alla fine degli anni novanta la maglietta circola stabilmente nei racconti della gente come icona della creatività partenopea,  reificata in un oggetto d’arte.

Ma è pronta per ritornare sulla strada.

Nel 2000 CC restituisce la sua maglietta all’immaginario per il quale è diventata popolare in tutto il mondo, pur non essendo mai stata impiegata in questa direzione: come espediente per ingannare il vigile.  Lo fa per potervi associare un messaggio molto importante: “la guida è una cosa seria”.

REALIZZA PER IL MINISTERO …SBARAGLIANDO CON LA SUA PROPOSTA…

In questi giorni il Ministro dei Lavori Pubblici sta varando una campagna nazionale per la sicurezza stradale, e ha scelto come testimonial proprio lei: la maglietta di sicurezza, che in un’automobile non ci è salita mai, se non per qualche foto pubblicitaria.

Lungo le strade delle città italiane, su grandi  tabelloni, campeggiano tre magliette di sicurezza, di taglia diversa. Accompagnate da uno slogan: “SMALL, MEDIUM, LARGE. Con le misure di sicurezza non si scherza”.

Con quest’operazione, CC “ricalca” la sua maglietta: ne riprende il senso che le era stato attribuito, e poi “guida” il pubblico (mai termine fu più adatto…) verso lo smantellamento dell’effetto-furbizia.

E’ la maglietta stessa, attraverso lo slogan “Con le misure di sicurezza non si scherza”, nel quale la parola  “misure” ha il doppio significato di norma, e di taglia, a dire che quando si guida c’è poco da scherzare. Il messaggio è: chi usa un trucco per non mettersi la cintura non è un dritto. E’ un imbecille, perché sta giocando con  la propria pelle.

Sui tabelloni stradali sono stati riprodotti otto quadri, di otto misure diverse, corrispondenti alle taglie comunemente esistenti (XXS, XS, S, M, L, XL, XXL, XXXL).

Sul filo al quale sono appese le tre magliette di taglia differente c’è scritto, molto in piccolo, Ciaravolo-Pratesi. Non è, evidentemente, la sigla di un’agenzia pubblicitaria: Olympia Pratesi è l’architetto che ha realizzato i quadri, ed è la moglie di CC: l’inventore della maglietta.

E’ un po’ come se  fosse stata affidata una campagna per un uso sociale dell’energia nucleare al suo scopritore: Enrico Fermi. Magari con un’affissione in cui, accanto alla rappresentazione dell’atomo, comparisse lo slogan: “Fermi…!”

VENT’ANNI DOPO: la maglietta ai giorni nostri

Oggi, ad oltre vent’anni dalla sua invenzione,  la maglietta di sicurezza ideata da CC continua ad andare in giro per il mondo attraverso tutti i tipi di comunicazione esistenti: la comunicazione orizzontale (il passaparola)  nel quale in certi casi mantiene ancora seppur molto in minoranza  il significato che aveva alla sua prima diffusione (un sistema per fregare i vigili, con le sue varianti: l’hanno inventata degli anonimi napoletani, o l’ha inventata CC, che le ha vendute e ha fatto molti soldi); la comunicazione verticale - quella scientifica, che considera  la maglietta una pietra miliare nello studio della comunicazione, compresa quella  quella virale;  e la comunicazione diagonale, quella che si fa su (e con) internet.

Sul web oggi la maglietta è descritta in tutti i suoi risvolti: come l’esperimento di comunicazione orizzontale  che ha svelato i segreti delle leggende metropolitane e del marketing virale, consentendo la prevenzione dei danni che può comportare;  come elemento ormai entrato nell’immaginario collettivo come simbolo della creatività napoletana, e della creatività tout-court; e come opera d’arte.

Per rendersene conto è sufficiente un click: la banca dati più articolata della maglietta di sicurezza si chiama Google. Basta entrarci,  e digitare  MAGLIETTA DI SICUREZZA. Può bastare anche CLAUDIO MAGLIETTA. O anche solo claudio  psichiatra.

I primi siti della prima pagina contengono tutte le informazioni che si possano desiderare: c’è tutto quello che C ha scritto sul suo esperimento più famoso, e quello che ne hanno scritto gli altri.

A proposito degli altri: nel settembre del 1990 è nato ad Alessandria il CERAVOLC, “CEntro per la RAccolta delle VOci e delle Leggende Contemporanee”, che nulla ha a che fare con Claudio Ciaravolo, ma lascia intendere il contrario.

A testimonianza che il nome (anzi, il cognome) dell’inventore della maglietta di sicurezza viene considerato un buon traino per il successo.

La maglietta come simbolo del “neapolitan dream”

La formula del classico sogno americano: l’ ”american dream”, è: guadagnare molto, lavorando moltissimo. Ma questo il napoletano lo trova banale (è evidente che più si lavora, più si guadagna), e soprattutto lo trova faticoso. 

Il “neapolitan dream”: il sogno napoletano, di cui la maglietta di sicurezza è una concreta rappresentazione, è: guadagnare sempre di più, facendo sempre di meno. E restando sempre nella legalità: per non correre rischi, se non quelli legati al mercato.

Certo, i soldi si possono fare anche (e prima) con la truffa e l’imbroglio. Ma quando va bene, si è costretti a stare sempre in tensione: e quando va male, si possono avere problemi con la giustizia, o con i soggetti truffati. O con tutti e due.

Il napoletano vuole campare tranquillo: perciò al successo ci vuole arrivare in modo lecito. Certo, per riuscirci in modo pulito  ci vuole più talento di quello che occorre per farcela con altri sistemi: ma allora che si è napoletani a fare? 

La maglietta è una dimostrazione di come il sogno napoletano non sia un sogno. E’ la prova che lo si può realizzare.  

Ideando la sua maglietta di sicurezza, CC ha avuto tanti di quei vantaggi,  che la gente non se li immagina nemmeno.

Con la maglietta, C ha fatto un sacco di soldi. Ma non – come crede la gente -  vendendola. Li ha fatti col suo esatto contrario: non vendendola. Né prima della smentita, né dopo. E nemmeno adesso, a ventidue anni di distanza.

Se si esclude il mercato dell’arte.

HA AVUTO VANTAGGI… CHE LA GENTE NON IMMAGINA…NON VENDENdoE con lei  ha fatto un sacco di soldi. E’ vero. Ma non mettendola in produzione, e vendendola dappertutto.

Per dire una parola chiara e (magari…) definitiva sull’argomento:  CC non ha mai messo in vendita una maglietta su una bancarella, e non ha mai venduto royalties  ad aziende di abbigliamento. E proprio da questa non-vendita riuscito a trarre un profitto strabiliante.

Però è vero che con la sua maglietta ha guadagnato moltissimo. Ma non per averla venduta: per non averla venduta.

E’ stato proprio il fatto di non venderla da nessuna parte,  mentre la gente credeva che si vendesse dappertutto, a fare la fortuna di CC.

Proprio per non aver venduto la sua maglietta, ha potuto infatti vendere molto altro:

1-Ha venduto il filmato e le fotografie del bancariello sul quale aveva

messo in scena una finta vendita di magliette, informando a più riprese i presenti che si trattava di una finzione.

Il filmato lo aveva girato lui, quindi era l’unico che potesse averlo: e i media non potevano non comprarglielo. Perché era la documentazione di uno scoop che aveva visto gli stessi media cadere in prima linea, sotto il fuoco dello stereotipo sui napoletani, che notoriamente non fa prigionieri. I giornali e le televisioni avevano creduto alla vendita stradale della maglietta, e le avevano dato grande risalto: quando CC smentisce, non possono certo perdersi il contro-scoop. Un po’ per farsi perdonare il primo,

che era fasullo: e un po’ per  poterne fare un secondo. D’altra parte, è una scelta obbligata: tutti i media sanno che i concorrenti vi si butteranno a pesce.

2- Ha venduto la sua presenza nei talk-show radiofonici e televisivi,

 nei seminari e nei convegni di comunicazione: la popolarità acquisita grazie a un manufatto che tutti avevano considerato in vendita, e invece

non si era mai venduto, gli assicurava cachet altissimi, dovunque andasse. Poteva infatti chiedere quello che voleva, essendo l’unico che potesse parlare della cosa,  essendone stato l’ideatore, e l’esecutore. 

3 - Ha venduto alle aziende la sua competenza come demolitore di leggende (Legenbuster). Per i grandi gruppi,  danneggiati  - e spesso portati sull’orlo del fallimento - da storie strane che circolavano contro i loro prodotti, era indispensabile liberarsene: e non  gli pareva vero potersi finalmente rivolgere a qualcuno che fosse in grado di farlo.

4 -Ha venduto negli anni immediatamente successivi, sull’onda di una popolarità sempre maggiore, innescata dalla non-vendita della maglietta, degli altri filmati: Le false pietre del Muro di Berlino, la voglia di Gorbaciov, ecc.  

5 – Ha venduto nel 2000  al Ministero dei Lavori Pubblici una grande  campagna per la sicurezza stradale centrata sulla promozione dell’uso delle  cinture di sicurezza. Lo ha fatto sfruttando in maniera creativa (col linguaggio della pubblicità) la “leggendarietà” della maglietta.

6 – Ha venduto in molti paesi  format radiofonici e televisivi imperniati sulle leggende, di cui era ormai uno dei maggiori studiosi mondiali, e ha pubblicato dei libri sullo stesso tema.

7 – Ha venduto banner pubblicitari sui siti di leggende che possiede sul web: i più importanti (e più visitati) sono tutti suoi.   

La maglietta come opera d’arte

La maglietta è un oggetto virtuale polisemico, perché possiede diversi significati, e diversi livelli di fruizione.

Sono in pochi a sapere che la maglietta di sicurezza è un “oggettoide”  oggetto di un passaparola  che ha svelato a C  la psicodinamica delle leggende metropolitane, e il segreto del loro possibile smantellamento: in questo senso, la maglietta è una pietra miliare per quanto riguarda gli studi di comunicazione.

Ma la maglietta è nello stesso tempo un’opera d’arte.

Con la smentita, e il clamore mediatico che l’ha accompagnata, C aveva detto a chiare lettere che la maglietta non era mai stata venduta. Né nell’evento di partenza (la fiction girata sul lungomare di Napoli): né sulle bancarelle napoletane.

CC aveva fatto notare che le sue magliette non erano state vendute né da lui, né da altri, e aveva spiegato perché quest’operazione di vendita su larga scala non conveniva a nessuno.

  • Vendere le magliette non conveniva a lui: se le  avesse messe in vendita sulle bancarelle, quelli che avevano raccontato di averle viste sarebbero stati dei veri testimoni oculari, e non falsi. E allora, addio leggenda. 
  • Vendere le magliette non conveniva ai negozi, perché i diritti appartenevano a C;
  • Vendere le magliette non conveniva ai falsari, che non avrebbero potuto esporle sulle loro bancarelle: i vigili avrebbero dato loro una caccia senza quartiere in ciascuno dei medesimi.

Dopo il consolidamento della maglietta come leggenda, CC potrebbe  certamente venderla come souvenir: ma decide di non farlo.

La venderà come opera d’arte.  

Trovare la maglietta in vendita nei negozi avrebbe creato confusione con la leggenda, il cui elemento centrale è appunto una vendita inesistente raccontata invece (e creduta) come una vendita travolgente e onnipresente.   La vendita della maglietta nei luoghi tipici del commercio (negozi, bancarelle, ecc.) avrebbe insomma indebolito la leggenda.

La vendita della maglietta sul mercato dell’arte rafforza invece la leggenda: la pone definitivamente nel mondo delle idee, dell’arte concettuale, liberandola dalla “terrenità” del prodotti di consumo.   

La maglietta  di sicurezza non è una maglietta da indossare: è un’opera da esporre. E’ un’Idea, un concetto astratto.

E’ così che nel gennaio del 1991, con l’aiuto del gallerista e mercante d’arte napoletano Lucio Amelio, CC mette sul mercato dell’arte 100 magliette (50 per il guidatore, 50 per il passeggero: dunque diverse per l’orientamento della barra diagonale).

Non sono magliette “false”, cioè prodotte dopo, a esperimento riuscito: sono le magliette autentiche, quelle realizzate per la non-vendita stradale che aveva dato lo start alla leggenda-maglietta.

Magliette vere, dunque, che – pur non essendosi vendute per davvero, su quel bancariello davanti al golfo di Napoli - avevano generato la falsa notizia che a Napoli le magliette di sicurezza si vendessero veramente.

L’intreccio vero/falso è (quasi) inestricabile, e per i collezionisti l’occasione è ghiotta.

Oggi le 100 magliette di sicurezza, autenticate, numerate e firmate dall’autore, fanno parte di collezioni private, e sono esposte in alcuni importanti musei di arte contemporanea.  

Che la maglietta è un oggetto d’arte il grande pubblico viene a saperlo nel 1991: quando viene presentata a Milano alla rotonda della  Besana, alla mostra “Veramente falso” allestita tra l’8 febbraio e il 31 marzo  dalla Fondazione Cartier per l’arte contemporanea.

Da questo momento le viene dato molto risalto sulla stampa, e in televisione: la maglietta si conquista così una nuova  popolarità, sotto un’angolazione diversa.

Tutto questo fa ulteriormente levitare le quotazioni di quelle 100 magliette, e di conseguenza quelle delle altre opere d’arte di CC.   

Lo “spostamento semantico” della maglietta verso il mondo dell’arte (che all’inizio era solo uno dei suoi molti significati)  risospinge nuovamente la maglietta di sicurezza nel territorio dello stereotipo sul napoletano: perchè CC è artista, sì: ma è anche napoletano.

Nei bancarielli ai quali aveva dato vita dall’81 in poi (referendum abrogativo della Juventus, targhe false, ecc.) CC si era mostrato geniale, ma non imbroglione: era stata la gente a dire che si trattava di eventi reali, e non lui, che aveva affermato il contrario.

Quando però si considera la maglietta un oggetto d’arte, i due elementi dello stereotipo (genialità e truffa) tornano  a confluire nella stesso individuo: CC, per l’appunto.

Ciò avviene perché per l’uomo medio l’arte contemporanea è proprio questo: un imbroglio, una truffa che si basa su un’associazione a delinquere  i cui membri sono gli artisti, i galleristi,  e i media. Che  chiamano “arte” dei prodotti che non hanno nulla di artistico, e li impongono all’attenzione dei ricchi (e ingenui!) collezionisti.

In questo caso, lo stereotipo dei napoletani geniali e (ma) truffaldini è nascosto più in profondità: “l’ imbroglio” dell’arte è più “alto”, più sofisticato, e  non è terra terra. Ma sempre dello stesso stereotipo si tratta…

Queste considerazioni spiegano perché la maglietta come opera d’arte, essendo congrua con il luogo comune, riesca a passare facilmente.

E spiegano anche perché la maglietta come evento di comunicazione  faccia fatica ad essere compresa. 

La deriva artistica della maglietta ha dunque aiutato  la gente a collocarla. E a dare una collocazione anche a CC. I ruoli di scienziato e di artista in Italia non vengono considerati compatibili:  per la gente l’uomo di scienza è serioso,  e un po’ noioso, mentre l’artista è ritenuto vivace e imprevedibile, spesso divertente.

Un napoletano (siamo sempre all’interno dello stereotipo più bieco…) come scienziato non lo si vede: ma come artista sì, altrochè. I napoletani sono soprattutto questo: attori, cantanti, poeti. Napoli è sempre stata un teatro a cielo aperto (prima di  diventare, in tempi recenti,  una discarica a cielo aperto, e a naso chiuso).    

La spiegazione “la maglietta di sicurezza è un oggetto d’arte” finisce per avere molto successo: tanto da diventare, curiosamente, una piccola leggenda metropolitana (evidentemente, è questo il destino della maglietta…)

C’è chi comincia a dire che un amico  ha visto la maglietta nel museo di arte contemporanea di **: dove invece non c’è. O addirittura di averla vista personalmente. Rispuntano insomma fuori i vecchi, classici (e falsissimi) testimoni oculari: a conferma del fatto che una leggenda può benissimo partire da un  evento reale. E’ vero, infatti, che le magliette di CC si trovano effettivamente in alcuni importanti musei: ma non in tutti quelli in cui la gente sostiene di averle viste.

L’affermazione della maglietta come opera d’arte ha come naturale conseguenza  la riattivazione di un’altra opera d’arte di CC:  l’Aria di Napoli chiusa in lattina, presentata nel 1970 alla Biennale di Venezia.

La maglietta-opera d’arte ha riattivato  anche le molte altre opere prodotte

da CC  nel corso degli anni.